DARE CENTRALITÀ ALLE POLITICHE DI WELFARE E SOSTENERE LO SVILUPPO DELL’ECONOMIA SOCIALE E DEL TERZO SETTORE
di Giovanni Castellani
La situazione di crisi e le conseguenze economiche e sociali che si stanno determinando non possono essere imputate semplicemente alla crisi del sistema finanziario. Bisogna interrogarsi in modo più profondo sul nostro modello di sviluppo. La realtà è che le promesse di “arricchimento individuale” e di “sviluppo illimitato” che la retorica liberista degli anni 90 ci ha proposto ha determinato un arricchimento di pochi o di pochissimi. Con la crisi crolla definitivamente quell’idea del mercato “dio supremo dei nostri desideri”, senza vincoli etici e incurante delle ricadute sociali.
In questo scenario il sistema di protezione sociale italiano, già da diverso tempo lasciato senza interventi di riforma, senza investimenti e con un crescente disequilibrio generazionale, rischia di non essere in grado di affrontare le conseguenze sociali della crisi.
In questo momento in Italia sono senza dubbio le famiglie, gli anziani e i giovani a sopportare le maggiori difficoltà. La politica dei “bonus” o delle “socialcard” non sono servite a nulla. Poche centinaia di euro all’anno di fronte alla perdita del lavoro, alla crescente sofferenza dei servizi sociali e sanitari, alla destrutturazione della scuola pubblica con le conseguenti maggiori difficoltà per le famiglie, alla crescita delle tariffe dei servizi pubblici non hanno compensato i maggiori oneri ne hanno aiutato e aiuteranno ad uscire dai problemi presenti e futuri. Ben altro effetto avrebbero avuto dei seri interventi di rimodulazione della pressione fiscale sulle famiglie. In questo senso purtroppo sono stati assolutamente insufficienti le misure messe in campo dal governo nazionale. Insufficienti e senza una direzione chiara capace di ridare fiducia alla gente e una prospettiva di futuro. La probabilità che l’inadeguata politica che caratterizza l’approccio, anche italiano, alla crisi e a questi problemi, causi ulteriori fenomeni di marginalità sociale è molto alta.
Un welfare che si preoccupa solo di “monetizzare il sostegno” ha il fiato corto. Per questo è necessario riproporre con forza l’idea di “un welfare come snodo centrale dello sviluppo”. I temi dell’inclusione sociale e del modello con cui perseguire il raggiungimento di obiettivi di equità sociale sono tra le questioni più rilevanti che oggi è necessario inserire nell’agenda politica dei governi locali e più in generale del paese.
Questo tema è centrale, in particolare in un paese, come l’Italia la “mobilità sociale” è tra le più basse di tutti i paesi europei, che in concreto significa che chi vive per diversi motivi una condizione di marginalità è destinato tendenzialmente a cronicizzate permanentemente questa condizione.
Oggi dobbiamo essere tutti maggiormente consapevoli che non possiamo parlare di sviluppo se c’è un numero sempre crescente di cittadini che vive una condizione di esclusione e di disagio sociale, l’esclusione sociale non è un concetto sociologico, ma si tratta di uomini e di donne, di bambini e bambine, di anziani ed anziane, di giovani che non possono permettersi livelli di vita sufficienti e dignitosi.
Spesso purtroppo davanti a questi fenomeni si è fatta avanti un idea fortemente generalizzata che tende a concepire come fisiologico il processo di esclusione sociale, c’è una marginalità che può essere in qualche modo tollerata, sulla quale, in qualche modo un’azione caritatevole interverrà. Non possiamo in nessun modo accettare questa teoria.
Welfare locale e rete integrata dei servizi devono essere concrete opportunità: come i servizi per l’infanzia, per gli anziani, per l’inserimento lavorativo per le persone disabili e quindi per sostegno delle famiglie che vivono questa difficile condizione. Questo sistema deve soprattutto promuovere opportunità e socialità, ma soprattutto riconoscere diritti alle persone e cercare di attivare per tutti, a partire da i più fragili, percorsi di inclusione. E’ solo attraverso questo “sistema”, fatto di opportunità e servizi che si promuove concretamente il diritto di cittadinanza sociale.
Oggi la sfida a cui dobbiamo far fronte e più complessa e la nostra capacità di governo locale deve essere in grado di costruire un sistema di politiche di welfare maggiormente inclusivo ed efficace, che sia in grado di definire e governare un processo di equità tra donne e uomini, giovani e anziani, italiani e nuovi cittadini.
Nella risposta a queste urgenze si gioca non solo il valore dell’equità, ma anche la stessa possibilità di crescita del nostro paese. Dobbiamo affermare concretamente che lo sviluppo umano e della persona sono il fine e il mezzo dello sviluppo e della crescita. Per costruire queste politiche è assolutamente indispensabile un rafforzamento del ruolo e degli spazi di azione della società civile e delle reti comunitarie. Per fare questo è necessario vincere un battaglia culturale, un’idea che nel nostro paese si è affermata e non solo per merito del cultura neo liberista, che le politiche di welfare non sono compatibili con le politiche di sviluppo e nel rappresentano un freno.
Noi dobbiamo affermare con forza che una politica di sviluppo e di crescita economica che investa sul fattore umano rende possibile e compatibile tale processo e tornare ad agisce sui livelli di fiducia dei cittadini per creare nuovo capitale sociale. In questo senso numerosi nuovi approcci alle politiche di welfare dimostrano che esiste un forte collegamento tra redistribuzione e mobilità sociale. In un Paese dove c’è una forte mobilità sociale in senso verticale c’è una minore aspettativa o pretesa da parte dei cittadini nei confronti delle politiche redistributive.
Non è difficile rendersene conto: se sono in condizione di povertà e di bisogno, però le condizioni di accesso alle opportunità di vita sono tali per cui in un lasso di tempo ragionevole posso pensare di uscire dal mio stato di povertà, darò meno importanza ad interventi di tipo redistributivo.
Per questo dobbiamo rilanciare su nuove basi l’idea del valore del lavoro nella vita delle persone e promuove in questo senso maggiori opportunità: consentendo ai giovani, di avere in tempi giusti, un lavoro per costruire la propria autonomia con un bagaglio formativo adeguato; per le donne e gli uomini delle classi di età centrale poter lavorare prendendosi delle pause (studio, cura, avere a disposizioni dei servizi per i figli e per l’aiuto agli anziani), per le persone di età matura poter rimanere al lavoro più lungo, se lo vogliono o cambiare lavoro o svolgere delle attività che consentano di sentirsi meno soli e utili. Lo sviluppo dei processi di coesione sociale e l’aumento di opportunità per in cittadini è possibile solo se incominciamo seriamente a favorire il decollo di uno spazio economico nuovo come quello dell'economia civile. Non si può garantire mobilità sociale e equità solo immaginato un sistema fatto da uno stato che equilibra lo sviluppo e la coesione sociale con qualche risorsa all’interno di un sistema centrato soltanto impresa privata di “tipo profit”.
In questo senso, “l’impresa sociale” da un lato e “l’impresa civile” dall’altro sono lo strumento primario e non secondario come spesso tende a pensare. Ad esempio, se si vuole realizzare una compatibilità dei tempi di lavoro e dei tempi di vita delle persone si deve sapere che senza una robusta economia sociale e civile quel tipo di obiettivo non potrà mai essere conseguito. Molti parlano della urgenza di transitare alla cosi detta “welfare society”, quello, però, su cui non si riflette abbastanza che ci sono almeno due versioni di welfare comunitario: c’è la versione di marca neoliberale cioè il conservatorismo compassionevole; c’è la versione chiamiamola, riformista, che punta invece su un sistema di welfare misto. La differenza tra queste due teorie è nel modo con cui si utilizzano a questo scopo i soggetti della società civile organizzata.
Dobbiamo porre a fondamento dello stato sociale l'idea che è il welfare dove dilatare gli spazi di libertà dei cittadini, che non significa garantire unicamente opportunità dei singoli ma potenziale tutte le reti di protezione tessute in modo collettivo, garantite in particolare dalla capacità autorganizzativa della società civile.
Un modello welfare non può strutturasi solamente per coloro che la “gara di mercato” lascia ai margini e per gli altri, quelli cioè che riescono a rimanere all'interno del circuito virtuoso della crescita economica, provvederanno da sé alla propria tutela ricorrendo alle varie forme offerte dal sistema “privato”.
Purtroppo ci siamo tutti accorti che non è vero che una più ampia estensione delle relazioni di mercato accresce il benessere per tutti. Dobbiamo invece con forza affermare che la garanzia dei diritti individuali passa anche attraverso un’azione di tipo collettivo e di maggiori opportunità per tutti. Dobbiamo combattere con determinazione la posizione di chi sostiene l’idea di welfare di tipo residuale in cui le prestazioni vengono erogate solo a chi è portatore di specifici bisogni e si trova in particolari situazioni di povertà, per sostenere che c’è necessità invece sviluppare l’idea di un nuovo universalismo come risposta a bisogni di sviluppo e di crescita di tutta la comunità.
Pertanto, un welfare che voglia prendere in seria considerazione lo sviluppo delle opportunità per tutti, dando anche ai cittadini una più forte capacità di scelta non può non essere un welfare a base universalista. Restringere la capacità di scelta di chi, per una ragione o l'altra, resta ai margini della gara di mercato non aggiunge nulla alla capacità di scelta di chi vi opera invece con successo.
Lo nostra sfida è quella di realizzare un welfare universalista senza che questo abbia caratteristiche assistenziali. Questo è possibile considerando che gli assi che devono caratterizzare l’intervento pubblico sono:
- La definizione del “pacchetto” dei servizi sociali (e dei relativi standard di qualità) che si intendono assicurare ai cittadini;
- la definizione delle regole d'accesso alle prestazioni e dunque degli interventi in chiave redistributiva necessari per assicurarne la fruizione effettiva a tutti i cittadini;
- l'esercizio delle forme di controllo sulle erogazioni effettive delle prestazioni;
Sono queste le funzioni specifiche della figura dello Stato-regolatore. Non è invece costitutivo del ruolo dello Stato il compito della produzione diretta ovvero della gestione in proprio dei servizi sociali. In molti casi è evidente che tanto più il soggetto pubblico gestisce tanto meno riesce a regolare ed innovare. Non regolare significa non assicurare obiettivi di equità e di efficienza che devono connotare di sé un sistema di sicurezza sociale. Oggi si evidenza palesemente l’inadeguatezza dei nostri sistemi (anche quelli più evoluti) a rispondere con qualità ai bisogni dei cittadini, per la loro evoluzione, per la particolare specificità.
E’ necessario che in questo sistema i cittadini utenti e fruitori dei servizi e delle prestazioni sociali abbiamo un maggior ruolo, compartecipando alle scelte organizzative e gestionali. E’ necessario dare più strumenti e più spazi ai cittadini per auto-organizzarsi, oggi questo è reso sempre più difficile, dalla burocrazia, dal non riconoscimento della propria funzione e dai pochi spazi pubblici a loro disposizione.
Nella nostra regione in questi anni abbiamo tentato di operare in questa direzione, il processo condiviso di costruzione del primo e del secondo piano sociale regionale ha affermato la necessità che il soggetto pubblico fosse chiamato a garantire l’esistenza, il funzionamento, l’accessibilità della rete dei servizi essenziali, a pianificare e coordinare l’intero sistema, a gestirne direttamente l’impalcatura fondamentale, a regolare, a promuovere e valutare la qualità, a controllare e verificare il rispetto delle regole. Abbiamo condiviso l’idea di un soggetto pubblico non solo caratterizzato da funzioni gestionali, ma è stato immaginato come garante dell’equità sostanziale tra i cittadini in relazione alla tutela e alla promozione dei diritti sociali.
Attraverso queste strategie oggi nel nostro territorio con la costruzione dei piani di zona sono presenti azioni innovative, che attraverso una rete di servizi e interventi sociali rispondono ai bisogni delle persone. Oggi è necessario ridefinire meglio una cornice strategica che sia in grado di regolare i rapporti e le relazioni tra le istituzione pubbliche ed i soggetti della società civile che consenta di avviare una riflessione maggiormente strutturata sul tema della sussidiarietà e di quel welfare comunitario di cui si accennava.
Per i soggetti della società civile e per il terzo settore la sussidiarietà deve essere occasione d’innovazione, d’allargamento della capacità di azione pubblica, di mobilitazione della responsabilità. In questi ultimi anni nel mondo del terzo settore si è assistito a dinamiche molto particolari. Si sono indubbiamente ridotte le capacità del terzo settore di aggregare cittadini e di renderli protagonisti di un percorso di formazione civica; si sono ridotti progressivamente gli aderenti dei sistemi associativi, in particolare dei giovani e viene meno quella capacità del terzo settore e dei corpi intermedi di svolgere un’azione educativa tesa allo sviluppo dell’individuo e al suo protagonismo nella società civile.
I soggetti del terzo settore ed in particolare le organizzazioni di volontariato e dell’associazionismo hanno intrapreso scelte volte ad una maggiore strutturazione e sviluppo di attività di tipo imprenditoriale e di costruzione di servizi, scelta certamente importante, ma che rischia, se non opportunamente equilibrata con altre strategie che favoriscono coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini, di snaturare l’essenza della propria missione e funzione.
In Umbria è necessario sostenere fortemente un processo sviluppo del terzo settore inteso come spazio che consente lo sviluppo di un’economia civile (quella che permette coesione sociale, qualità della vita, riconoscimento dei diritti). Per questo è necessario costruire pari condizioni con altri soggetti imprenditoriali, dobbiamo attivare un processo in cui il terzo settore e l’impresa sociale e civile si rafforzi e si candidi a svolgere un ruolo maggiormente importante.
L’associazionismo e il volontario, devono ritrovare identità nella tutela e nella promozione dei diritti, con l’obiettivo di riattivare un circuito partecipativo dei cittadini per renderli maggiormente consapevoli del proprio ruolo e della propria funzione in un’ottica di miglioramento della qualità della vita e della tenuta sociale delle nostre comunità. Abbiamo più volte rimarcato la necessità di costruire un sistema di regole che garantisca la qualità delle politiche sociali, riteniamo che questo tema sia centrale e inderogabile, vanno quindi attivati rapidamente i sistemi che possono regolare e favorire questo processo.
Questo consentirà di attivare un sistema di servizi di maggior funzionalità e la cooperazione sociale sarà in grado di fare un salto di qualità; nella passata legislatura regionale si è approvata la nuova legge sulla cooperazione sociale e si è affrontato seriamente il tema delle risorse e delle condizioni di lavoro dei soci e degli addetti operanti in questo settore che rappresentano una fetta importante dell’occupazione nella nostra regione.
Le istituzioni pubbliche hanno assunto un impegno particolare per qualificare lo sviluppo del lavoro nell’impresa sociale, riconoscendo ad essa un ruolo di utilità pubblica e di contribuzione allo sviluppo della rete dei servizi e delle prestazioni sociali. Dobbiamo nell’ottica di un miglioramento del nostro sistema di welfare approfondire questo tema, affrontando la questione dell’organizzazione della rete dei servizi sociali e del tema del rapporto pubblico - privato sociale.
Tale aspetto è importante per garantire uno sviluppo ed una qualificazione dell’offerta sociale, a partire dai diritti dei cittadini e delle famiglie ad avere una risposta in termini di prestazioni sociali ai loro bisogni.
permalink | inviato da lambertobottini il 6/11/2009 alle 11:19 |